«Bisogna andarsene finché c’è qualcuno a cui dispiace»
 
SachaIntervistaDopo sette anni alla presidenza della Pgi, Sacha Zala lascerà il suo incarico a fine 2013. L’AD eleggerà sabato prossimo a Coira la sua successora. A colloquio con il giornalista Andrea Tognina, Zala ripercorre i temi salienti dei suoi vent’anni d’impegno per la Pgi e riflette sulle sfide che attendono l’italiano.

Andrea Tognina: Nel 2011 sei stato eletto all’unanimità – a scrutinio segreto – per un secondo mandato alla testa della Pgi. Ora, in corso di mandato, lasci l’incarico. Stanco?

Sacha Zala: (ride) No, no. Sono stato nominato nella commissione ristrutturazione della Pgi nel 1993. Poi sono diventato copresidente della sezione di Berna, membro dell’allora consiglio delle sezioni, più tardi sono stato eletto nel consiglio direttivo, quindi sono diventato vicepresidente e poi presidente. A un certo punto mi sono reso conto che nel 2013 avrei raggiunto i vent’anni di attività in seno alla Pgi, vent’anni di grandissimo impegno. Sono stati anni importanti, che hanno segnato anche i miei rapporti personali. Mi sono detto che è meglio andarsene finché c’è ancora qualcuno a cui dispiace che me ne vada. Se no avrei mancato il momento buono per lasciare.

Un’elezione all’unanimità poteva anche fornirti maggiore legittimazione per ulteriori riforme. Le tue dimissioni significano che ritieni il tuo compito terminato?

In qualche modo sì. Ho sempre detto che ogni generazione deve ricreare un consenso su quello che è la Pgi e credo di essere riuscito a farlo. Non era scontato, perché credo che già la mia persona non faccia necessariamente l’unanimità nel Grigioni italiano. C’è stato il consenso sul fatto che la linea scelta era quella giusta nel momento storico dato.

Seguendo il tuo discorso, una nuova generazione dovrebbe ora prendere il timone della Pgi e cominciare a formulare nuovi obiettivi, a sviluppare un nuovo consenso. Ma c’è questa nuova generazione all’orizzonte? Il tuo ruolo dominante non ha in qualche modo impedito che si formasse?

Forse anche questo è uno dei motivi per cui ho dato le dimissioni… Ma non ritengo che il mio ruolo sia stato dominante nel senso di una dominanza carismatica. Semmai si è basato sull’impegno enorme che ho profuso per la Pgi e questo forse ha creato un certo rilassamento. Il fatto di vedere che m’impegnavo a tal punto per la Pgi perché la ritenevo una battaglia giusta e non perché ne volevo trarre vantaggi personali – non ho mai avuto ambizioni di carriera politica e la presidenza Pgi ha anche interferito nella mia carriera professionale – ha forse impedito che si formasse una forte opposizione al mio operato. Andandomene lascio anche lo spazio necessario affinché nuove teste comincino a tracciare la strada che la Pgi dovrà percorrere nei prossimi vent’anni.

Probabilmente uno dei momenti più significativi della tua attività alla testa della Pgi è stata la legge cantonale sulle lingue. Cos’è cambiato con questa legge per la Pgi?

La legge sulle lingue è assolutamente il punto cardine. Lo Stato – in questo caso il Cantone dei Grigioni – per la prima volta ha ammesso di dover prendere delle misure per promuovere le lingue in maniera attiva. Quindi di fatto con questa legge lo Stato legittima il nostro operato e ammette di non essere in grado di fare tutto quello che secondo la Costituzione sarebbe tenuto a fare.

Ma non è paradossale che uno Stato deleghi a una semplice associazione il compito di difendere una lingua che è lingua ufficiale di quello stesso Stato?

Sì, assolutamente. Una volta ho detto che il giorno in cui lo Stato assolverà i compiti fissati dalla Costituzione noi con piacere scioglieremo la Pgi, perché la Pgi sarà diventata inutile. Naturalmente è una provocazione, ma rende l’idea della situazione in cui ci muoviamo.
Purtroppo in passato la Pgi ha ceduto alla tentazione di assumere ruoli che erano di competenza dello Stato, si è in qualche modo sostituita allo Stato. All’interno del Grigionitaliano, questo le ha dato prestigio e le ha conferito una posizione dominante, ma l’ha indebolita verso l’esterno. In fondo era una situazione che andava bene a molti.
Quando sono diventato presidente della Pgi, la mia strategia non è stata tanto quella di chiedere altri soldi allo Stato per finanziare le attività dell’associazione (cosa che peraltro ho ottenuto), ma piuttosto quella di andare dallo Stato a chiedergli di assolvere le sue funzioni.

Tuttavia la Pgi continua ad assolvere compiti che spetterebbero allo Stato…

Sì, ma le cose sono radicalmente cambiate, nel senso che non ci muoviamo più in una logica assistenzialista, per cui riceviamo dei soldi da distribuire che valgono come risarcimento per servizi a cui avremmo diritto, ma che non vengono erogati dallo Stato. Paradossalmente il fatto che io non avessi ambizioni politiche personali ha fatto sì che la Pgi potesse diventare più politica di quanto sia mai stata. Oggi non siamo più un anello di trasmissione per la distribuzione di sussidi. Siamo diventati, per una parte importante delle nostre attività, un’associazione di advocacy, che difende i diritti linguistici dei grigionesi di lingua italiana dentro e fuori dal territorio grigionitaliano.

Non è anche un problema di rappresentanza? I problemi legati alla minoranza di lingua italiana sono delegati a un’associazione anche perché il Grigionitaliano è poco rappresentato nelle istituzioni cantonali e pochissimo in quelle federali…

Sì, e questo rappresenta un enorme problema di legittimità politica. In 165 anni dalla nascita del moderno Stato federale il grigionitaliano ha avuto in totale due rappresentanti in Consiglio nazionale. Per fare un paragone: il Canton Appenzello Interno, che ha più o meno le stesse nostre dimensioni demografiche, può contare costantemente su un consigliere nazionale e un consigliere agli Stati e ha avuto anche due consiglieri federali.

Nel Canton Berna la popolazione di lingua francese, che rappresenta il 6% del totale, ha un posto fisso in governo

Berna ha avuto l’esperienza traumatica del Giura. La lunga diatriba sulla questione giurassiana è stata segnata anche da azioni illegali, da bombe, da atti criminali. Il sistema politico bernese ha dovuto fare i conti con forti tensioni legate alla questione delle nazionalità e ha reagito con strumenti d’integrazione.
La Pgi è nata come atto patriottico, come segno di attaccamento ai Grigioni contro le mire irredentistiche italiane. La sua fondazione è stata un atto di amore e fedeltà ai Grigioni. Questo poteva avere senso in quel determinato momento storico, ma ha reso debole la Pgi. In una coppia, il partner che ama di più l’altro è sempre il più debole.

Vuoi dire che il Grigionitaliano è troppo succube?

Sì, e penso che nel XX secolo per una certa classe politica sia stato anche interessante fungere da catena di trasmissione tra il centro e una periferia relegata al ruolo di «ghetto culturale» (il termine è stato coniato non da me, ma da Zendralli). A questo atteggiamento di sudditanza appartiene, a livello di atteggiamento individuale, l’idea diffusa che l’italiano sia la «lingua del cuore», il tedesco «la lingua del pane». Questo genera l’impressione che la propria lingua materna sia socialmente inferiore. Per questo ritengo il mio discorso a Cazis nel 2010 alla «festa da convivenza» uno dei momenti salienti della mia presidenza. In quel frangente ho capito, dopo le critiche agli italofoni e ai romanci del CEO della Hamilton Andreas Wieland, che era il momento di alzarsi e dire: «Ora basta, abbiamo la nostra dignità, siamo grigionesi quanto voi, siamo una parte costitutiva di questo Cantone».

Ma la debolezza del Grigionitaliano non sta anche nella sua eterogeneità, nel suo essere diviso per geografia, storia, religione?

Certo, ci sono ragioni legate alla geografia e al diverso sviluppo storico. La questione confessionale oggi è probabilmente meno importante di quanto lo fosse 100 anni fa. Ma secondo me c’è anche un problema di volontà politica. A me fa male vedere come alcuni rappresentanti politici si preoccupino molto più dei prossimi 100 metri di strada che dei prossimi 100 anni di vita del Grigionitaliano. Penso per esempio alla discussione sulla creazione delle macroregioni nei Grigioni: sono stato l’unico a sollevare la questione di una possibile regione grigionitaliana. Non vedo nessun motivo perché non sia possibile creare per esempio un tribunale di lingua italiana per tutto il Grigionitaliano, con sedi distaccate. Oggi i bregagliotti che si vogliono divorziare lo devono fare in tedesco al tribunale di Samedan. La politica non sembra in grado di pensare a soluzioni dinamiche in ambiti come quello giudiziario o sanitario dove la lingua è un elemento importante. In fondo già negli anni Trenta del secolo scorso era stata creata la figura dell’ispettore scolastico del Grigionitaliano. Era il primo riconoscimento dell’esistenza di un’unità tra le regioni di lingua italiana dei Grigioni. Bisogna continuare su questa strada.

Un tema che ha accompagnato la tua presidenza è quello del superamento del «principio di territorialità» che regola la convivenza tra le lingue in Svizzera…

Noi paghiamo lo scotto della strategia politica di «neutralizzazione dei problemi» su cui si basa la Svizzera. La soluzione adottata nel 1848 è il federalismo come minimo comune denominatore per tenere assieme un paese altrimenti molto diviso. Per questo paradossalmente i grigionesi di lingua italiana non sono una minoranza in senso giuridico, sono una parte costitutiva a tutti gli effetti dello Stato nazionale. E quindi non sono tutelati come minoranza. Questo fa sì che di fatto abbiamo meno diritti di altre minoranze europee.
La questione linguistica è stata neutralizzata legandola al territorio. Nel nostro caso questo ha significato ritrovarsi a essere assolutamente marginali rispetto al Cantone e alla Confederazione. In teoria avremmo tutti i diritti, ma laddove avremmo bisogno dei nostri diritti, per esempio nei nostri centri urbani, non possiamo usufruirne. Fuori dal nostro territorio non abbiamo diritti linguistici. Di fatto un grigionitaliano che vive a Coira è un tedescofono.

Questa situazione è ribadita anche dalla legge sulle lingue…

Sì, è vero, la legge sulle lingue non cambia questi aspetti. È stata pensata soprattutto per i romanci e loro hanno effettivamente un grosso problema di difesa del loro territorio linguistico.
Il problema è che tutte le misure pensate per la protezione delle lingue nei Grigioni sono concepite essenzialmente per rispondere alle esigenze del romancio. I nostri problemi sono però molto diversi, noi non dobbiamo salvaguardare l’essenza lessicale o grammaticale della nostra lingua, perché abbiamo alle spalle l’Italia. E non siamo necessariamente bilingui. La nostra situazione è completamente diversa.

In poche parole: per il momento siamo ancora dentro la «trappola del territorio»…

Bisogna essere realistici e considerare quali sono i tempi della politica. Ci vuole molto tempo perché una questione sia accolta nell’agenda politica. Già dieci anni fa la Pgi rivendicava la creazione di scuole bilingui al di fuori del territorio della Svizzera italiana. Oggi il Consiglio federale, attraverso la nostra pressione sul Consiglio d’Europa, riconosce la legittimità di quella richiesta.
Di recente è nato il Forum per la salvaguardia della lingua italiana, che ha ripreso la rivendicazione del superamento del principio di territorialità. La Pgi ha creato il terreno fertile per questa evoluzione, è riuscita a formulare una visione alternativa al concetto statico che ha marcato la Svizzera dal 1848, una visione adatta alla grande mobilità della popolazione nel XXI secolo.

A proposito del Forum per la salvaguardia dell’italiano: cosa ti aspetti da questa iniziativa?

Non penso che possa fare miracoli. Ma c’è ovviamente una differenza sostanziale se io, Sacha Zala, presidente della Pgi, chiedo scuole bilingui al di fuori del territorio della Svizzera italiana o se lo chiede un forum in cui sono rappresentati i governi di due cantoni e che è affiancato da un gruppo parlamentare per l’italianità a cui aderiscono una sessantina tra deputati e senatori.
Il Forum riprende e rappresenta a un altro livello idee per una nuova politica linguistica su cui la Pgi lavora da dieci anni. Per dieci anni ho rappresentato da solo l’italianità svizzera agli hearing del Consiglio d’Europa. Ora tutto questo lavoro comincia a essere percepito, ma forse ci vorranno altri 10 o 20 anni perché porti a frutti concreti. Credo che non sia un caso se questo impulso è venuto da una piccola realtà come il Grigionitaliano. Noi più di altri siamo da sempre soggetti a una mobilità forzata.

Il superamento del territorio, l’apertura verso le altre componenti dell’italianità in Svizzera sono concetti che suonano bene. Ma non arrivano un po’ tardi, in una fase di declino dell’italiano in Svizzera? Venti o trent’anni fa una simile apertura avrebbe avuto ben altra forza dirompente…

Noi svizzeri di lingua italiana abbiamo fatto sicuramente un errore enorme in passato a non aprirci di più all’emigrazione italiana in Svizzera, anche se il clima politico non era molto favorevole. A mio avviso però anche la comunità italiana in Svizzera ha fatto e continua fare un grosso errore, non distinguendo tra i comuni interessi di salvaguardia della lingua italiana e le profonde differenze sul piano della cultura politica e dell’esperienza storica. A volte provocatoriamente dico di essere di lingua italiana, ma di cultura svizzera.

Forse bisogna concepire il fatto di essere italofoni al di là dell’appartenenza nazionale, come avviene nella francofonia. Sviluppare un’identità includente piuttosto che escludente. Dovremmo dire che noi apparteniamo contemporaneamente all’area mediterranea e a quella nordeuropea, invece diciamo che non siamo né italiani, né svizzero-tedeschi…

È vero, a volte abbiamo la tendenza a farci isolotto piuttosto che ponte. Ma sulla questione della francofonia ti devo ricordare una cosa. La Svizzera ha esitato a lungo ad aderire alla francofonia, per timore degli effetti che poteva avere sulla coesione nazionale. Le nostre difficoltà derivano dal fatto che in quanto nazione non basata sull’etnia siamo molto consapevoli dei pericoli del nazionalismo etnico.
Bisogna stare attenti a non far nascere movimenti nazionalisti. Sono storico e ho studiato a fondo le teorie sul nazionalismo. Sono ben consapevole dei rischi legati alla questione delle nazionalità e questa consapevolezza mi ha accompagnato in tutto il mio operato in seno alla Pgi. Quando c’è stato il referendum sulla legge sulle lingue, la vittoria non era scontata. Mi sono chiesto cosa avrei fatto se avesse prevalso il no. E mi chiedo spesso cosa può succedere nel Grigionitaliano se gli attacchi all’italiano continuano.

Volevo parlare proprio di questo, in conclusione. La pressione sull’italiano nei Grigioni non sembra destinata a finire. A Coira si parla del taglio della scuola bilingue, a livello cantonale si voterà sull’iniziativa che vuole eliminare la seconda lingua straniera alle elementari…

Paradossalmente certi grigionesi di lingua tedesca sono convinti di essere svantaggiati a causa nostra. Forse siamo un ostacolo al loro sogno di vivere felicemente come se fossero un sobborgo di Zurigo. Non si rendono conto del male che ci fanno e che fanno alla coesione nazionale. L’iniziativa sulla seconda lingua già solo dal punto di vista simbolico è deleteria. Vuole imporre una gerarchia tra le lingue.
La pressione politica è gravissima e la Pgi non può far altro che investire tutte le sue energie per contrastarla. L’iniziativa mette in forse il sistema scolastico grigionese. E allora io ribatto: dov’è la base legale che ci impedisca di chiedere una Scuola cantonale al 100% in italiano?

19 ottobre 2013, Andrea Tognina

 

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